Se vi dico “cambio d’aula all’americana”, verosimilmente vi verrà in mente la scena di qualche serie televisiva o di qualche film young adult statunitense. Immaginerete armadietti personalizzati, branchi di studenti intenti a migrare da un’aula all’altra, zaino in spalla, borraccia in mano, libri al petto. 

Ci pensiamo poco, ma in fondo è quello che facciamo quando iniziamo l’università. Alla fine di ogni lezione, abbiamo la possibilità di uscire dall’aula e di compiere noi l’azione di andare verso il prossimo ritaglio di conoscenza che ci verrà consegnato nella lezione successiva. Usciamo, camminiamo, respiriamo un’aria diversa, ci contaminiamo con studenti reduci da pensieri diversi dai nostri.

A scuola ci viene invece chiesto di rimanere fermi, “al nostro posto” (esattamente la stessa espressione che usiamo per ridimensionare qualcuno, “stai al tuo posto”), spettatori di una sfilata di docenti al cui cospetto bisogna alzarsi. Cosa, quest’ultima, che peraltro nel successivo è quindi superiore grado della formazione non è contemplata. “È una questione di rispetto” si dice…

Il cambio d’aula all’americana, se venisse applicato anche nel nostro Paese, invertirebbe il paradigma: agli studenti verrebbe chiesto di avere un ruolo attivo, quello di andare alla ricerca di fonti di sapere sempre nuove. Di cercare la propria strada, in un marasma di “classi” diverse. Non è un caso che negli Stati Uniti questa impostazione cammini assieme all’idea dei corsi opzionali: non siamo tutti uguali; ciascuno di noi ha le proprie attitudini o, come piace dire a noi, le proprie vocazioni. Bisogna cercarle e per cercarle bisogna essere liberi di esplorare parallelamente più itinerari. 

Quanto sarebbe diversa la nostra scuola con quei cinque minuti di cambio d’aula da vivere in modo attivo? Quanto ci insegnerebbe a scegliere? Quanto a sbagliare? Quante vocazioni non perderemmo più per strada?

A cura di Giulia Iacovelli